La politica delle commissioni bancarie

La politica delle banche italiane di lucrare sulle operazioni finanziarie in generale ed in particolare su conti correnti con affidamenti mediante commissioni, oneri e spese varie (per evitare di far crescere troppo il tassi di interesse che a loro volta concorrono alla formazione dei tassi medi per il calcolo dei tassi soglia) è stata oggetto nel 2006, da parte della Commissione Europea di una indagine sul retail banking dalla quale è emersa l’illegittimità di molte spese incassate dalla banche. Anche l’Antitrust, nel 2007 al termine di una indagine conoscitiva concludeva con il medesimo risultato (veniva rilevato un costo medio di tenuta conto di € 182,00, ben al disopra della media degli altri paesi europei e non). In particolare la critica mossa sia dalla Commissione Europea che dalla autorità Antitrust mette in luce i prezzi eccessivi delle commissioni bancarie ed interbancarie gravanti sui correntisti e la generale mancanza di corrispettività, quindi di giustificazione, dei servizi offerti dalle banche rispetto le controprestazioni in denaro richieste dai clienti. I risultati di tali indagini, non possono che farci riflettere su cosa sia accaduto al sistema bancario nell’ultimo decennio.

Appare, a chi scrive, lampante, che le banche abbiano sempre più mascherato i propri guadagni dietro termini dal contenuto più generico possibile come commissioni spese ed onori anziché riversare tutte le spese nel più comune tasso di interesse, e ciò (le circostanze sono inequivocabili), al solo fine di eludere la legge anti usura. Infatti nelle istruzioni per la rilevazione dei tassi medi ai sensi della legge sull’usura , del 2006, così come nelle precedenti versioni del documento, gli istituti di credito e le aziende associate all’ABI, sono sempre state invitate, ai fini di una uniforme interpretazione delle “nuove” disposizioni in materia di usura, a non calcolare nel TAEG la commissione di massimo scoperto, ai fini della rilevazione del tasso soglia della prestazione creditizia in rapporto al valore dei tassi applicati dalle banche. Chiaramente tale “invito” è stato accolto positivamente dalle banche e l’effetto, come sopra detto, è stato quello di riversare su commissioni spese ed oneri vari buona parte dei guadagni delle banche, guadagni che per un gioco fatto di circolari sono stati resi “immuni” dalla tanto fastidiosa legge 108/1996. Che L. 108/96 sia apparsa da subito fastidiosa (e insidiosa per il sistema bancario), è dato proprio dalla chiarezza portata nel 4° comma dell’art. 644 c.p. che “Per la determinazione del tasso di interesse usurario si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito“. Per assurdo, il legislatore, allora, usò una chiarezza disarmante proprio per evitare che insorgessero dubbi su “cosa” dovesse essere “misurato” ai fini dell’usura. Sia da una interpretazione letterale che sul piano della ratio legis è indubbio (anche le discussioni parlamentari in merito lo confermano) che lo scopo del legislatore fosse quello di determinare il costo delle operazioni finanziarie nella loro globalità e cioè comprensiva di tutti quei costi sopportati dal correntista che pesano in varia misura sull’effettiva prestazione restitutoria del debito. Per la prima volta, infatti commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito vengono prese in considerazione in un testo di legge.

fonte: studiocataldi.it – Avv. G. Morini