Proprietà intellettuale: il diritto all’oblio nuovo diritto morale dell’autore.

Tra i diritti morali che la legge da tempo prevede a favore dell’autore/scrittore e cioè

a. diritto alla paternità, 

b. diritto all’integrità dell’opera,

c. diritto all’inedito, 

in tempi di comunicazione telematica se ne deve aggiungere un altro: il diritto all’oblio, la cui determinazione è complessa perché comporta la decisione di eliminare dalla comunicazione telematica un contenuto che vi era stato prima ammesso (magari con il consenso dell’autore).

La Corte di giustizia dell’Unione europea, più volte tornata a occuparsi del diritto all’oblio, ha avuto modo di confermare che tutti – compresi i fornitori di servizi della società dell’informazione, i quali processano una grande quantità di dati ogni giorno – sono tenuti a fare in modo che i trattamenti si svolgano in conformità con le leggi nazionali ed europee.
Il principio vale anche con riferimento al diritto alla deindicizzazione, altresì detto “diritto all’oblio”, che ha avuto un riconoscimento in via pretoria con la nota sentenza Google Spain.
Investita della questione se il diritto all’oblio potesse estendersi anche al di fuori dei confini continentali, con ciò obbligando il motore di ricerca (Google, nella fattispecie) a deindicizzare certi contenuti in tutto il mondo, la Corte di giustizia ha risposto negativamente.

Nell’ambito di una controversia iniziata contro Google, Inc. (ora Google LLC), nel 2015 l’Autorità per la protezione dei dati francese (CNIL, acronimo per Commission nationale de l’informatique et des libertés) ha ordinato a Google la deindicizzazione di alcuni contenuti da tutte le versioni del motore di ricerca, compresa la versione cosiddetto “.com”. Google ha opposto resistenza, comunicando che avrebbe deindicizzato il contenuto solo per gli utenti che effettuano una connessione alla versione del motore di ricerca accessibile da quello Stato membro.
Non soddisfatto di questa risposta, il CNIL ha così imposto a Google una sanzione da 100.000 euro.
Google ha quindi adito il Conseil d’Etat, chiedendo l’annullamento della sanzione del CNIL. Vista la delicatezza della questione, che indubbiamente coinvolge l’interpretazione del diritto europeo alla protezione dei dati personali e, in particolare la Direttiva (CE) 1995/46, il Conseil d’Etat ha deciso di rinviare la questione alla Corte di giustizia,

La Corte ha deciso di affrontare la questione non solo alla luce della Direttiva, ma anche del nuovo Regolamento (UE) 2016/689, il cosiddetto “GDPR”, che all’articolo 17 codifica proprio il “diritto all’oblio”.
Correttamente i Giudici hanno confermato che la legislazione europea non si estende al di fuori dei suoi confini e hanno osservato che il diritto euro-unitario non potrebbe imporsi in Paesi terzi senza implicare una violazione della loro sovranità.

Il diritto all’oblio, di matrice squisitamente europea, resta dunque confinato all’interno dell’Unione europea.


Non vi è dubbio, infatti, che il GDPR si applichi ai motori di ricerca che, quantunque stabiliti in paesi terzi, si avvalgano di stabilimenti aventi sede in uno o più Stati membri. Tuttavia, ciò non può giustificare un’inammissibile estensione nell’ambito applicativo del Regolamento suddetto.

Spostando ora l’attenzione sul diritto italiano, non sembra agevolmente individuabile una norma interna che potrebbe giustificare un ordine di deindicizzazione globale, che imponga quindi al motore di ricerca di agire su tutte le versioni accessibili nel mondo.

Quale tutela per il soggetto che chiede la deindicizzazione, quindi?


Allo stato dei fatti, il punto di equilibrio tra tutte queste esigenze sembra, quindi, quello di limitare la deindicizzazione all’interno dello spazio entro i confini d’azione del diritto eurounitario, impedendo l’accesso ai contenuti ai cittadini europei mediante meccanismi di identificazione della provenienza geografica tramite l’indirizzo IP, ovverosia l’indirizzo che identifica univocamente un punto di accesso a Internet.